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Diario
10 luglio 2010
Crinai
«Hai venticinque anni e ventinove denti, tre camicie e otto
calzini, qualche libro che non leggi più e qualche disco che non ascolti più.
Sei seduto e vuoi soltanto aspettare».
Mi rendo conto di quanto sia facile scivolare dall’altro
lato della vita. Quello dove si è solo spettatori, vedere una volgare copia di
se stesso muoversi, girare per il mondo, adempiere ligio l’incredibile varietà
di impegni quotidiani. Un vetro sottile ma infrangibile ci separa. Provo a
parlare con lui, ma si volta dall’altro lato, non curante sorride e stringe una
mano a qualcuno. Nessuno sembra accorgersi dello scambio, sangue dello stesso
sangue e non faticano a riconoscermi.
Homo carens:
manchevole, privo, incompleto, imperfetto, difettoso, lacunoso, inadeguato.
Siamo esseri labili noi uomini, e
tuttavia tronfi dell’opponibilità dei nostri pollici, viviamo come monadi.
L’amore ci appare del tutto irragionevole. - Ma chi te lo fa fare? - Insidia il vicino di banco, quello con le
orecchie sporche che si masturba tutti i giorni. Siamo abituati agli usa e
getta, noi esseri avanzati nella scala etologica, prodigio
dell’evoluzione, accartocciamo
fazzoletti di cellulosa e produciamo rifiuti di cui non sappiamo sbarazzarci,
ma che importa stai a guardare il dettaglio. Siamo aridi e vigliacchi e viviamo
nella paura che è il contrario dell’amore. E ogni giorno che passa la
meraviglia cede all’indifferenza, non ci orientiamo con le stelle ma neanche
con le strade, per questo esistono i tom tom.
Abbiamo inventato di tutto per essere felici, ma abbiamo
dimenticato come si fa.
| inviato da dira il 10/7/2010 alle 23:1 | |
23 gennaio 2010
A te
“C’è ricordo solo per un essere capace di attesa e di memoria”
H. Bergson
A te,
che il tuo numero di casa è stato il primo che ho imparato alle elementari,
che mi salutavi col sorriso da dietro le tende, la mattina presto quando andavo all’università, e mi accoglievi quando rincasavo la sera avvolta nella luce arancione della stufa, sembravi una figura del presepe,
che il tuo abbraccio era un perdersi nell’amore soffice,
che hai letto Gomorra e hai pianto per Gelsomina Verde,
che eri in ansia quando andavo a dare gli esami e condividevi la tua gioia con me quando sapevi che era andato tutto bene,
ho regalato degli Iris comprati al mercato e per te li pianterò questa primavera,
che mi chiamavi Capinera, come la protagonista del romanzo di Verga, per i miei capelli lunghi e mossi,
che ti ricordavi tutte le poesie a memoria come quando a Natale, spensierata come una bambina, recitasti Il Sabato del villaggio,
che generosa, custodivi il segreto del dono,
che eri una nonna beat,
che avrai pure avuto dei difetti, ma il fatto che adesso non me ne venga in mente neanche uno vorrà dire qualcosa.
Per te le sue parole:
Nulla è in regalo, tutto è in prestito. Sono indebitata fino al collo. Sarò costretta a pagare per me con me stessa, a rendere la vita in cambio della vita.
È così che è stabilito, il cuore va reso e il fegato va reso e ogni singolo dito.
È troppo tardi per impugnare il contratto. Quanto devo mi sarà tolto con la pelle.
Me ne vado per il mondo tra una folla di altri debitori. Su alcuni grava l’obbligo di pagare le ali. Altri dovranno, per amore o per forza, rendere conto delle foglie.
Nella colonna Dare ogni tessuto che è in noi. Non un ciglio, non un peduncolo da conservare per sempre.
L’inventario è preciso, e a quanto pare ci toccherà restare con niente.
Non riesco a ricordare dove, quando e perché ho permesso che aprissero questo conto a mio nome.
La protesta contro di esso la chiamano anima. E questa è l’unica voce che manca nell’inventario.
W. Szymborska
Buon compleanno nonnì J
| inviato da dira il 23/1/2010 alle 17:31 | |
5 agosto 2009
Se bruciasse la città
D'estate le città sembrano ancora più città. Avverti il caldo appiccicoso dell'asfalto sotto i piedi, la puzza di sudore dentro i pullman affollati, i pedoni sono anime in pena che camminano a zig zag fra conducenti che bestemmiano in turco, pur essendo a Napoli, e nobildonne che invadono, con il loro piede n. 40, il cruscotto della macchina. Le fontanelle comunali sono oasi nel deserto, e tutti ci si riversa boccheggianti verso il mare, quello dichiarato non balneabile, perchè almeno là tir' o' poc' 'e vient.
D'estate la città fa schifo e il suo compito è essere disabitata. Svuotata nelle sue viscere vomitate fra Ascea e Praia a mare, il ventre di Napoli da convesso si fa concavo. E per chi Agosto lo trascorre all'ombra di un condizionatore "Settembre precipita addosso senza che ci siano stati mesi di cui avere nostalgia"
Dira augura buon viaggio a chi parte e buona permanenza a chi resta :)

Lei va :)
città
estate
vacanze
| inviato da dira il 5/8/2009 alle 11:11 | |
31 luglio 2009
.

love
david grey
| inviato da dira il 31/7/2009 alle 17:59 | |
27 luglio 2009
Signorina Effe
Signorina Effe è un film di Wilma Labate sulle lotte operaie degli anni ’80. Effe sta per Fiat, azienda che in quegli anni dispose i tagli di quindicimila operai in esubero. Sergio è uno di loro.
Se scrivo di questo film è perché nella mia vita anche io sono stata una Signorina Effe. Una signorina ligia e ossequiosa, un signorina del sud, con papà operaio e nonni operai in quel cavo siderurgico che era l’Italsider che cinquant’anni fa sfamava tutto il mio quartiere. Una signorina appassionata, dedita, studiosa, con la voglia di riscattarsi nelle vene, che si immagina un futuro migliore un futuro da signora. Una Lolita un po’ cresciuta, ingenuamente consapevole del suo fascino, sempre combattuta fra il cedere e il resistere. Una signorina antinomica, per essenza.
Sergio è il trascinatore di folle, non ha dubbi, non ha incertezze, è disperato ma nella sua disperazione è risoluto e fiducioso nella possibilità di cambiare le cose. Sergio è quello che nei giorni di occupazione a scuola girava con la chitarra in spalla, in mezzo ai corridoi cantava de andrè e la sera faceva l’amore sul materasso impolverato della 5ª B con la più carina della classe.
Non mi interessava parlare del film, mi interessava solo parlare di loro di Emma e di Sergio, di come sono cresciuta e di come non sono più una Signorina Effe.
4 luglio 2009
Le colline del sogno

"Non muore chi collega il proprio termine ai propri inizi. Dunque vagate." E. J. Leed, La mente del viaggiatore.
| inviato da dira il 4/7/2009 alle 1:9 | |
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